MOGLIANO, PAESE DI PACE E CIAUSCOLO

Da casa nostra a casa vostra

“Se chiama Mojà perché in quillu paese èllo ha sèmbre commannàto le móje!”

Anonimo oste moglianese.
No, scherzi a parte l’origine del nome non la conosciamo, però qualcosa a che fare con il mangiare ce l’ha. È uno dei pochi centri della zona a distinguersi per una propria denominazione prima dell’anno Mille e a vantare una continuità d’insediamento. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi ma sappiamo che il territorio era già abitato tra il VII e il VI secolo a.C. dai Piceni, una delle popolazioni italiche più antiche. Nel III secolo a.C. quando Romani conquistarono il territorio e stabilirono i loro principali insediamenti a Urbs Salvia (Urbisaglia) e Pausulae (San Claudio), i piccoli agglomerati dell’appennino si dedicavano all’agricoltura per rifornirli. Una di queste comunità deve probabilmente il suo nome dal gentilizio di un romano che lì aveva edificato la sua villa: Molianum significa “appartenente a Molius”. Insomma, già all’epoca dei romani a Mogliano si pensava più a far da mangiare che a fare la guerra.

E siccome il buon mangiare predispone a un animo pacifico, durante i turbolenti anni medioevali Mogliano riuscì a crescere e prosperare. Dopo le invasioni barbariche divenne un centro amministrativo longobardo alle dipendenze del Ducato di Spoleto. Nell’anno 705 il duca Faroaldo II diede Mogliano in dono all’abate Tommaso di Farfa, legando così la sua storia per secoli alla celebre Abbazia di Farfa in Sabina. Dalla fine del XII alla metà del XIV secolo il castello fu dominato da una dinastia di signori detti appunto “da Mogliano". Gentile divenne signore di Fermo nel 1345 e governò la città fino al 1355 quando venne sconfitto dalle truppe del cardinale Albornoz. Iniziava così il dominio pontificio nelle Marche, le quali vennere riorganizzate politicamente dalla riforma istituzionale dello stesso Albornoz del 1357: Mogliano veniva inclusa nel distretto di Fermo, di cui divenne uno dei castelli maggiori. Nel 1569 ottenne da Papa Pio V l’autonomia, ma fu solo per un breve periodo: già nel 1578 tornò sotto il dominio fermano.
In tutti questi passaggi di mano, Mogliano mantenne la sua vocazione agricola e pacifica e così piano piano intorno al castello si sviluppò un borgo dove abitazioni, chiese e campanili presero il posto di torri di guardia e fortificazioni.

Una scelta quella dell’agricoltura e della pace che tra il ‘500 e il ‘700 diede i suoi frutti quando Mogliano conobbe un vero periodo di splendore, testimoniato dalle numerose opere di architettura religiosa e civile. Ne sono testimonianza le numerose chiese come Santa Maria in Piazza che conserva al suo interno la pala della Madonna in gloria e i santi (1548) del famoso pittore Lorenzo Lotto. Ma c’è anche l’oratorio della Madonna della Misericordia (1420) costruito per scongiurare una pestilenza, che oggi ospita il Museo parrocchiale; la Chiesa del Santo Crocifisso che ospita l’affresco del Cristo Crocifisso e ricostruita in forme neoclassiche nell’800; il monastero di San Giuseppe (1630) con annessa la chiesa rococò dei santi Grisogono e Benedetto. Anche gli edifici civili sono degni di nota, su tutti Palazzo Forti costruito tra il ‘500 e il ‘600 e oggi sede del Comune e il teatro Apollo.

Lo spirito di accoglienza e ospitalità

Lo spirito di accoglienza e ospitalità di Mogliano si dimostrò pianamente nel 1744. Nell’ambito della Guerra di Successione Austriaca, le truppe dell’Imperatrice Maria Teresa stavano percorrendo l’Italia in direzione Napoli. Il giorno del Venerdì Santo arrivarono a Mogliano quattro reggimenti austriaci: oltre 5.000 soldati si acquartierarono nella parte alta del paese in attesa di un ordine di movimento. Il loro comandante, generale Bruone, venne ospitato in Casa Forti, un altro generale in Casa Cosimi. Superata l’iniziale diffidenza, le truppe si trovarono così bene che rimasero un mese all’insegna dei festeggiamenti… Un solo fatto turbò questa quiete: il fastidio recato da un soldato a una popolana (si narra che, affamato, le rubò due tozzi di pane). Il comandante, per lavare l’onta subita dal paese chiese e ottenne dalla Corte Marziale la condanna a morte del soldato. La punizione però venne giudicata troppo dura dalla popolazione e magistrati, clero, nobili e popolani implorano clemenza fino a ottenere la grazia. Insomma, a Mogliano due tozzi di pane non si negano a nessuno! Il 30 aprile giunse l’ordine di partenza per le truppe e l’addio venne reso solenne da un corteo generale. Nello stesso giorno, in segno di gratitudine per l’accoglienza prestata, dal quartier generale di Macerata giunse un “Diploma della Regina d’Ungheria” che elevava Mogliano al rango di città. Ancora oggi a luglio a Mogliano si ricorda questo episodio con la manifestazione Mogliano 1744, una delle rievocazioni storiche più belle delle Marche.
Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, lo spirito di accoglienza di Mogliano prevalse: furono numerose le famiglie che accolsero e nascosero nelle loro case soldati sbandati, renitenti alla leva e prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento di Sforzacosta e Servigliano. Infine fu proprio a Mogliano che la notte tra il 24 e il 25 giugno del 1944 avvenne l’incontro tra il comandante del Corpo d’Armata polacco Generale Vladislaw Anders e il Tenente Augusto Pantanetti, comandante della Banda partigiana “Nicolò”, durante il quale si gettarono le basi per la liberazione di Macerata avvenuta il 30 giugno. A liberazione avvenuta, il 10 marzo del 1946 venne eletto democraticamente il primo Consiglio comunale.
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